Catanzaro 24/11/2009
Pneumatologo condannato a quattro mesi di reclusione per la morte di Giuseppe Falsetta
Antonella Scalzi
Chi sbaglia paga anche quando a commettere l’errore è chi indossa il camice bianco. Una boccata d’ossigeno è arrivata per quanti hanno avuto qualche motivo per perdere fiducia nella sanità calabrese di cui in questo periodo si parla soprattutto per i tagli che sui di essa vanno operati per evitare il rischio commissariamento del settore a livello regionale. Sì, una boccata d’ossigeno perché si è concluso con una condanna, nonostante l’opposta richiesta avanzata anche dal pubblico ministero, il processo a carico di Antonio Caracciolo, 59 anni, specialista in pneumatologia in servizio all’ospedale civile “Arnaldo Pugliese” di Catanzaro. Caracciolo, in questo processo, era chiamato a rispondere della morte di Giuseppe Falsetta, di soli ventinove anni, che nel 2003, quindi ormai più di sei anni fa, giunse al nosocomio per un malessere, fu visitato e dimesso e poi, tre giorni dopo, morì nella propria casa. Dimissioni frettolose insomma che al giovane Giuseppe Falsetta sono state fatali in ogni caso adesso i familiari sono riusciti a restituire giustizia a Giuseppe perché la sentenza è arrivata con la pronuncia del giudice monocratico di Catanzaro, Rosario Murgida, che ha inflitto al medico quattro mesi di reclusione, con concessione della sospensione condizionale, condannandolo inoltre al risarcimento del danno, che, però, sarà liquidato in altra sede a quelle che sono le parti civili ovvero alla madre ed ai fratelli del giovane deceduto. Ed è stato proprio accogliendo la richiesta dei soli legali della famiglia Falsetta, gli avvocati Enzo Ioppoli ed Enzo Savaro, che il giudice ha condannato l’imputato, per il quale invece il pubblico ministero, Cinzia Santo, aveva chiesto l´assoluzione, come ha fatto anche il suo difensore Nicola Cantafora. «Finalmente – hanno detto i legali dei familiari della vittima al termine del giudizio di primo grado – si è chiuso questo processo così lungo e doloroso, con il quale alla fine è stata fatta giustizia». Il processo andava, infatti, avanti da quasi cinque anni. Sì, perché il rinvio a giudizio del pneumatologo del Pugliese risale al 16 febbraio del 2005, quando al termine dell’udienza preliminare il giudice accolse la richiesta formulata dal pubblico ministero, che al termine delle indagini ipotizzò il presunto comportamento negligente che il sanitario avrebbe avuto quando il giovane Falsetta, il 29 aprile del 2003, si recò in ospedale perchè non stava affatto bene. Il ragazzo non fu ricoverato ma, in day hospital, furono effettuati una serie di esami. Poi tornò a casa e lì, il 2 maggio, morì. Una tragedia di cui i familiari non riuscirono a farsi una ragione ed è proprio per questa ragione non trovata che loro non si sono mai arresi e hanno tentato il tutto e per tutto per arrivare alla verità di una storia che comunque li ha segnati per sempre. Hanno presentato denuncia, volevano vederci chiaro e proprio quella loro denuncia diede il via all’inchiesta. La mamma di Giuseppe, tra l’altro, arrivò persino a scrivere al Presidente della Repubblica chiedendo che fosse fatta piena luce sull´accaduto. Poi le investigazioni, la consulenza di due medici legali, e infine la formulazione delle accuse. Secondo la Procura, in sintesi, Caracciolo avrebbe «sottovalutato e comunque non apprezzato adeguatamente i risultati significativi della radiografia che egli stesso aveva eseguito sul paziente, da cui si evidenziava un notevole aumento delle dimensioni cardiache». Questo soprattutto alla luce del fatto che Caracciolo sapeva del precedente intervento cardiochirurgico subito dal giovane e, di più, avrebbe dovuto mettersi in allarme per la sintomatologia da lui accusata. Insomma, una leggerezza, un caso chiuso troppo in fretta ha tolto la vita ad un ragazzo che poteva avere un’altra chance e che invece è volato in cielo nel pieno della sua giovinezza e ha dovuto chiudere per sempre il cassetto dei sogni, delle ambizioni e delle aspettative di vita.
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